di Pietro Russo
Dove finisce un intreccio sentimentale ed esistenziale con tutti i crismi dell’ossessione, della più intima morbosità, e subentra, in sua vece, un indigesto polpettone? I confini tra i due estremi, in questo A dangerous method, ultima fatica del maestro cult Cronenberg già in concorso all’ultimo festival veneziano, sembrano considerevolmente esili. Come quelli dell’inconscio, verrebbe da aggiungere.
Lui-lei-l’altro. Un triangolo erotico qualunque, se non fosse che, nel film in questione, gli attori coinvolti si chiamano, niente popò di meno che, Carl Gustav Jung, Sabina Spielrein e Sigmund Freud. Ovvero l’erede “apostata” di Freud, una della prime donne a esercitare la psicoanalisi, e il padre fondatore di quel metodo clinico che ha rivoluzionato inesorabilmente i concetti di ‘io’, ‘psiche’ e ‘realtà’. Metodo, per l’appunto, dangerous: «non sanno che veniamo a portargli la peste», sentenzia Freud accingendosi a sbarcare negli Stati Uniti per presentare al nuovo mondo gli esiti della sua geniale scoperta.
Zurigo,1904. Sabina Spielrein (Keira Knightley), affetta da un’oscura forma di isteria, viene portata all’ospedale dove l’allora giovane Jung (Michael Fassbender) sperimenta le teorie freudiane. Tra medico e paziente però si istaura ben presto un torbido rapporto, inibito, all’inizio, dai vincoli matrimoniali e sociali che attanagliano il dottore. Nel frattempo questi ha modo di conoscere personalmente, durante un soggiorno a Vienna, il nume tutelare della psicoanalisi, quel Freud (Viggo Mortensen) il cui pensiero tanto scalpore suscita presso i circoli scientifici e i salotti culturali di mezza Europa.
Così, fino alle soglie della prima guerra mondiale, tra i rimorsi psico-borghesi di Jung, la carriera medica della Spielrein intanto guarita, e la querelle, prima velata e poi inasprita, tra il padre e il figlio ribelle della dottrina psicoanalitica, si protrae questo complicatissimo triangolo (scaleno, ovviamente) che vorrebbe, si suppone, almeno nelle intenzioni del regista, scandagliare le profondità della psiche umana. L’effetto sullo spettatore, però, in definitiva, è ben lontano da quei propositi.










