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venerdì 1 luglio 2011

Un Caravaggio ritrovato?

di Aurea Bisello



Tutto ha inizio quando Silvia Danesi Squarzina, docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università Sapienza di Roma, nell’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore di domenica 12 giugno, annuncia all’Italia di aver rintracciato, in una raccolta privata spagnola, un dipinto del Caravaggio di cui si erano perse le tracce dalla metà dell’Ottocento. Si tratta del Sant’Agostino che il pittore avrebbe realizzato su commissione di Vincenzo Giustiniani, il quale nel 1638 lo inserì nell’inventario dei suoi beni, specificandone l’attribuzione al Merisi.
Intorno alla metà dell’Ottocento l’intera eredità Giustiniani finì a Pantaleo Giustiniani Recanelli, che vendette il quadro a un collezionista spagnolo, al quale dobbiamo la targhetta nel retro del dipinto in cui ne è annotata la provenienza, cioè Palazzo Giustiniani in Roma.
Le tre prove principali che la Squarzina porta a favore della propria attribuzione sono, innanzitutto la suddetta targhetta, che ne dimostra l’origine Giustiniani e quindi il legame con il maggior committente del Caravaggio; origine che è inoltre confermata dalla seconda prova, ossia la patina scura che velava la tela prima del restauro e che fu apposta da Margherita Bernini, una restauratrice che aveva trattato, alla fine del Settecento, molti quadri della collezione Giustiniani con una «magica manteca» a base di chiara d’uovo, che con il tempo si è ingiallita. La terza prova della sua autenticità consisterebbe nell’evidenza di molteplici pentimenti che sarebbero emersi dalle analisi radiografiche e riflettografiche, tra cui lo spostamento di un orecchio leggermente più a sinistra, una correzione tipica del Merisi.
La scoperta ha però creato parecchie perplessità tra gli studiosi. L’opera non convince molti esperti del mondo dell’arte in quanto non sembra possedere gli elementi tipici della poetica pittorica di Michelangelo Merisi: non convince la tavolozza dei colori, l’inespressività del volto, la postura del santo. Sembra piuttosto che il dipinto sia opera di un artista minore.
Cauti infatti, i giudizi di molti accademici, come  Mina Gregori, presidente della Fondazione Longhi e massima esperta del Caravaggio; Tommaso Montanari, professore di Storia dell’Arte alla Federico II di Napoli; Francesca Cappelletti ( “Il quadro è convincente, è una proposta seria, a cui guardare con molta attenzione”), che ha contribuito alla pubblicazione dell’opera sul catalogo della mostra di Ottawa proprio sul Caravaggio; aggressiva e negazionista la risposta di Vittorio Sgarbi sul Giornale che parla, con la solita sobrietà che lo contraddistingue, addirittura di una <<Bufala>>.
Ciò che si rimprovera, in definitiva, alla Squarzina è di aver dato troppa importanza all’elemento documentario, piuttosto che all’analisi stilistica dell’opera. In ogni caso, e al di là di tutto, c’è chi come la Cappelletti, sostiene che il soggetto non è attraente perché è un quadro da collezione e di piccole dimensioni, e inoltre che la storia collezionistica rende plausibile il riferimento a Caravaggio.
A questo punto solo un’analisi diretta sul dipinto potrebbe dissipare i rimanenti dubbi; analisi che forse sarà possibile a novembre, non appena tornerà a Roma da Ottawa.

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