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martedì 28 giugno 2011

Un Malick in stato di (forse troppa) Grazia



L’ultimo Terrence Malick, il regista più schivo ed enigmatico (non rilascia un’intervista dal 1975 e non compare mai in pubblico) nonché meno prolifico (5 lungometraggi in 38 anni di carriera) della storia del cinema, è il tanto osannato quanto screditato The Tree of Life, fresca palma d’oro (annunciata) a Cannes.
Capolavoro assoluto (e dell’Assoluto) o boiata pazzesca di fantozziana memoria? In effetti, e questo francamente ci sembra il limite più grande, l’opera in questione oscilla tra questi due estremi senza possibilità di alcun equilibrio. Comunque sia, bisogna riconoscere al film di Malick il coraggio, non da poco, di affrontare a viso aperto tematiche che fanno «tremar le vene e i polsi» come appunto la ricerca e l’interrogazione costante del Mistero supremo, anche a costo (preventivato?) di scivolare in qualche banalità o in una retorica trascendentale logorata dal corso dei secoli (per noi spettatori del Vecchio Mondo cresciuti a pane e metafisica). Quanti registi, ma soprattutto produttori europei, infatti, avrebbero “creduto” in un progetto del genere? Probabilmente nessuno. Così c’è stato bisogno dell’ingenuità e dello stupore yankee (anzi texano) di Malick per ricordarci che esistono due vie per approcciarsi al miracolo della vita: quella della Grazia e quella della Natura; che il microcosmo di una famiglia texana degli anni ’50 è parte essenziale di quel Disegno originario il cui fine sempre ci sfugge; che la morte (materiale) non è la fine. L’albero della vita a cui si riferisce il titolo, dunque, sembra essere quello del Salmo 1 «che dà frutto a suo tempo: / le sue foglie non appassiscono / e tutto quello che fa, riesce bene». Troppa Grazia, in conclusione, che rischia di essere incompresa dal grande pubblico (e dalla “grande” critica).
Rimane, alla fine della proiezione, oltre alla perplessità, la magnificenza delle immagini di un’Opera-Mondo che, come è già stato sottolineato, rischia di essere schiacciata dalla propria ambizione. Forse è davvero così, ma ci permettiamo di chiosare: in fondo, cosa resta dell’Arte se non è animata da aspirazioni di questo tipo?


Pietro Russo