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mercoledì 27 luglio 2011

Lo scandalo antimilitarista di Radiguet

di Aurea  Bisello



Nel 1921 Radiguet scrive Il diavolo in corpo, è la classica storia romantica di amore e morte, ma ciò che più colpisce è sicuramente il tono navigato dell’uomo maturo che ci immerge in una vicenda che sembra quasi autobiografica e riflettuta a lungo. Ma Radiguet quando lo elabora è solo un ragazzo di 18 anni, che di lì a poco sarebbe venuto prematuramente a mancare, e l’accaduto è solo in parte autobiografico.
Le vicende sono incentrate sull’amore “anomalo” che nasce tra un ragazzo di appena sedici anni, per alcuni versi malizioso, irresponsabile ed egoista, e una giovane sposina, Marthe, di 19, il cui marito è lontano a causa della guerra. Tra baci, carezze e incontri clandestini, i due vengono presto notati dal vicinato e dalle proprie famiglie, che tuttavia non riescono a porre un freno alla loro passione che troverà tragicamente fine solo scontrandosi con la realtà.
 Radiguet ci parla del loro smarrimento, della loro inquietudine, con sincerità disarmante, con uno stile autentico e affascinante, con una lucidità che non ci aspetteremmo in un ragazzo: “La mia lungimiranza era solo una forma più pericolosa della mia ingenuità. Mi giudicavo meno ingenuo, ma lo ero sotto un’altra forma, poiché nessuna età sfugge all’ingenuità. Nemmeno la vecchiaia. Questa presunta lungimiranza mi annebbiava tutto, mi faceva dubitare di Marthe. O meglio, dubitavo di me stesso, perché non mi ritenevo degno di lei”.
Il clima in cui il romanzo viene pubblicato è quello eccezionale del primo dopoguerra, e inizialmente suscitò scandalo in quanto poneva la guerra come condizione ideale per la felicità degli amanti, incurante dell’onore dei soldati. Non fu quindi solo l’amore illecito a turbare i canoni del moralismo borghese, ma soprattutto l’antimilitarismo che, senza farne il nodo centrale dell’opera, pervade tutto il romanzo.  Mentre la Francia combatte, infatti, i due innamorati pensano solo a vivere la propria avventura, allontanando il più possibile gli echi della guerra e, intimamente, sperando che questa non si concluda mai, significherebbe, infatti, il ritorno del marito di Marthe. Il giorno della vittoria nel novembre del 1918 coincide per François con la morte di Marta e perciò con il giorno più infelice della sua vita.
Scritto con un tono cinico e disilluso, il romanzo è permeato da un’ironia che non risparmia nessuno, e le rappresentazioni più che interessarsi al mondo esterno sono incentrate sui rapporti psicologici tra i personaggi e sui loro caratteri, ponendosi così all’interno della tradizione francese del romanzo “psicologico”.

domenica 3 luglio 2011

Chomet, Tati e la magia

di Aurea Bisello



La storia de L’illusionista ha inizio cinquant’anni fa, quando Jaques Tati scrive una sceneggiatura, che lascia incompiuta e che la figlia, Sophie Tatischeff, comincia a considerare come la lettera d’amore di un padre a sua figlia. È dopo un incontro fortuito (e fortunato) che Sophie decide di donare questa sceneggiatura, che dal 1959 giace negli archivi del Centre National de la Cinématographie, a Sylvain Chomet, regista di Appuntamento a Belleville.

Il protagonista della pellicola è un mago triste, che vede la sua arte, di cui è indubbiamente maestro, soppiantata da rumorose band musicali e mistificata da bambini ormai smaliziati, che non riescono più a meravigliarsi dei suoi mille trucchi. La sua vita cambia quando, in un piccolo villaggio scozzese incontra Alice, una bambina che ancora riesce a credere alla magia e che decide di seguirlo a Edimburgo. Per Alice gli “incanti” che il vecchio mago estrae dal suo cappello sono reali e rappresentano la possibilità di realizzare i propri sogni. Per l’illusionista la bambina rappresenta invece una sorta di ultima speranza, un ultimo guizzo prima di ammettere “Magicians do not exsist”.
È la storia intrisa di tenerezza di due personaggi che decidono di compiere insieme un tratto di strada, attraverso i cambiamenti di un particolare momento della loro vita, ma anche attraverso i rapidi mutamenti di un cambio generazionale.
Le parole nel film sono poche e ridotte per lo più a suoni, ciò che sorregge e dà ritmo alla narrazione è la musica, che insieme alle immagini forma una struggente sinfonia, tra il reale e il fiabesco.
Il leggero tocco di Chomet si incontra alla delicatezza della sceneggiatura di Tati e il risultato è una piccola opera d’arte, imperdibile.

venerdì 1 luglio 2011

Un Caravaggio ritrovato?

di Aurea Bisello



Tutto ha inizio quando Silvia Danesi Squarzina, docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università Sapienza di Roma, nell’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore di domenica 12 giugno, annuncia all’Italia di aver rintracciato, in una raccolta privata spagnola, un dipinto del Caravaggio di cui si erano perse le tracce dalla metà dell’Ottocento. Si tratta del Sant’Agostino che il pittore avrebbe realizzato su commissione di Vincenzo Giustiniani, il quale nel 1638 lo inserì nell’inventario dei suoi beni, specificandone l’attribuzione al Merisi.
Intorno alla metà dell’Ottocento l’intera eredità Giustiniani finì a Pantaleo Giustiniani Recanelli, che vendette il quadro a un collezionista spagnolo, al quale dobbiamo la targhetta nel retro del dipinto in cui ne è annotata la provenienza, cioè Palazzo Giustiniani in Roma.
Le tre prove principali che la Squarzina porta a favore della propria attribuzione sono, innanzitutto la suddetta targhetta, che ne dimostra l’origine Giustiniani e quindi il legame con il maggior committente del Caravaggio; origine che è inoltre confermata dalla seconda prova, ossia la patina scura che velava la tela prima del restauro e che fu apposta da Margherita Bernini, una restauratrice che aveva trattato, alla fine del Settecento, molti quadri della collezione Giustiniani con una «magica manteca» a base di chiara d’uovo, che con il tempo si è ingiallita. La terza prova della sua autenticità consisterebbe nell’evidenza di molteplici pentimenti che sarebbero emersi dalle analisi radiografiche e riflettografiche, tra cui lo spostamento di un orecchio leggermente più a sinistra, una correzione tipica del Merisi.
La scoperta ha però creato parecchie perplessità tra gli studiosi. L’opera non convince molti esperti del mondo dell’arte in quanto non sembra possedere gli elementi tipici della poetica pittorica di Michelangelo Merisi: non convince la tavolozza dei colori, l’inespressività del volto, la postura del santo. Sembra piuttosto che il dipinto sia opera di un artista minore.
Cauti infatti, i giudizi di molti accademici, come  Mina Gregori, presidente della Fondazione Longhi e massima esperta del Caravaggio; Tommaso Montanari, professore di Storia dell’Arte alla Federico II di Napoli; Francesca Cappelletti ( “Il quadro è convincente, è una proposta seria, a cui guardare con molta attenzione”), che ha contribuito alla pubblicazione dell’opera sul catalogo della mostra di Ottawa proprio sul Caravaggio; aggressiva e negazionista la risposta di Vittorio Sgarbi sul Giornale che parla, con la solita sobrietà che lo contraddistingue, addirittura di una <<Bufala>>.
Ciò che si rimprovera, in definitiva, alla Squarzina è di aver dato troppa importanza all’elemento documentario, piuttosto che all’analisi stilistica dell’opera. In ogni caso, e al di là di tutto, c’è chi come la Cappelletti, sostiene che il soggetto non è attraente perché è un quadro da collezione e di piccole dimensioni, e inoltre che la storia collezionistica rende plausibile il riferimento a Caravaggio.
A questo punto solo un’analisi diretta sul dipinto potrebbe dissipare i rimanenti dubbi; analisi che forse sarà possibile a novembre, non appena tornerà a Roma da Ottawa.