di Aurea Bisello
Nel 1921 Radiguet scrive Il diavolo in corpo, è la classica storia romantica di amore e morte, ma ciò che più colpisce è sicuramente il tono navigato dell’uomo maturo che ci immerge in una vicenda che sembra quasi autobiografica e riflettuta a lungo. Ma Radiguet quando lo elabora è solo un ragazzo di 18 anni, che di lì a poco sarebbe venuto prematuramente a mancare, e l’accaduto è solo in parte autobiografico.
Le vicende sono incentrate sull’amore “anomalo” che nasce tra un ragazzo di appena sedici anni, per alcuni versi malizioso, irresponsabile ed egoista, e una giovane sposina, Marthe, di 19, il cui marito è lontano a causa della guerra. Tra baci, carezze e incontri clandestini, i due vengono presto notati dal vicinato e dalle proprie famiglie, che tuttavia non riescono a porre un freno alla loro passione che troverà tragicamente fine solo scontrandosi con la realtà.
Radiguet ci parla del loro smarrimento, della loro inquietudine, con sincerità disarmante, con uno stile autentico e affascinante, con una lucidità che non ci aspetteremmo in un ragazzo: “La mia lungimiranza era solo una forma più pericolosa della mia ingenuità. Mi giudicavo meno ingenuo, ma lo ero sotto un’altra forma, poiché nessuna età sfugge all’ingenuità. Nemmeno la vecchiaia. Questa presunta lungimiranza mi annebbiava tutto, mi faceva dubitare di Marthe. O meglio, dubitavo di me stesso, perché non mi ritenevo degno di lei”.
Il clima in cui il romanzo viene pubblicato è quello eccezionale del primo dopoguerra, e inizialmente suscitò scandalo in quanto poneva la guerra come condizione ideale per la felicità degli amanti, incurante dell’onore dei soldati. Non fu quindi solo l’amore illecito a turbare i canoni del moralismo borghese, ma soprattutto l’antimilitarismo che, senza farne il nodo centrale dell’opera, pervade tutto il romanzo. Mentre la Francia combatte, infatti, i due innamorati pensano solo a vivere la propria avventura, allontanando il più possibile gli echi della guerra e, intimamente, sperando che questa non si concluda mai, significherebbe, infatti, il ritorno del marito di Marthe. Il giorno della vittoria nel novembre del 1918 coincide per François con la morte di Marta e perciò con il giorno più infelice della sua vita.
Scritto con un tono cinico e disilluso, il romanzo è permeato da un’ironia che non risparmia nessuno, e le rappresentazioni più che interessarsi al mondo esterno sono incentrate sui rapporti psicologici tra i personaggi e sui loro caratteri, ponendosi così all’interno della tradizione francese del romanzo “psicologico”.


