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venerdì 14 ottobre 2011

Poco efficace il Metodo di Cronenberg

di Pietro Russo



Dove finisce un intreccio sentimentale ed esistenziale con tutti i crismi dell’ossessione, della più intima morbosità, e subentra, in sua vece, un indigesto polpettone? I confini tra i due estremi, in questo A dangerous method, ultima fatica del maestro cult Cronenberg già in concorso all’ultimo festival veneziano, sembrano considerevolmente esili. Come quelli dell’inconscio, verrebbe da aggiungere.

Lui-lei-l’altro. Un triangolo erotico qualunque, se non fosse che, nel film in questione, gli attori coinvolti si chiamano, niente popò di meno che, Carl Gustav Jung, Sabina Spielrein e Sigmund Freud. Ovvero l’erede “apostata” di Freud, una della prime donne a esercitare la psicoanalisi, e il padre fondatore di quel metodo clinico che ha rivoluzionato inesorabilmente i concetti di ‘io’, ‘psiche’ e ‘realtà’. Metodo, per l’appunto, dangerous: «non sanno che veniamo a portargli la peste», sentenzia Freud accingendosi a sbarcare negli Stati Uniti per presentare al nuovo mondo gli esiti della sua geniale scoperta.

Zurigo,1904. Sabina Spielrein (Keira Knightley), affetta da un’oscura forma di isteria, viene portata all’ospedale dove l’allora giovane Jung (Michael Fassbender) sperimenta le teorie freudiane. Tra medico e paziente però si istaura ben presto un torbido rapporto, inibito, all’inizio, dai vincoli matrimoniali e sociali che attanagliano il dottore. Nel frattempo questi ha modo di conoscere personalmente, durante un soggiorno a Vienna, il nume tutelare della psicoanalisi, quel Freud (Viggo Mortensen) il cui pensiero tanto scalpore suscita presso i circoli scientifici e i salotti culturali di mezza Europa.

Così, fino alle soglie della prima guerra mondiale, tra i rimorsi psico-borghesi di Jung, la carriera medica della Spielrein intanto guarita, e la querelle, prima velata e poi inasprita, tra il padre e il figlio ribelle della dottrina psicoanalitica, si protrae questo complicatissimo triangolo (scaleno, ovviamente) che vorrebbe, si suppone, almeno nelle intenzioni del regista, scandagliare le profondità della psiche umana. L’effetto sullo spettatore, però, in definitiva, è ben lontano da quei propositi. 

Un po’ impacciati, ingabbiati nei rispettivi ruoli tanto Fassbender che Mortensen, eccessiva la somatizzazione dell’isterica Knightley, il film non riesce ad andare oltre qualche sbadiglio e una generale indifferenza… pardon, insofferenza. (Ah, questi lapsus…) 

giovedì 6 ottobre 2011

CARNAGE, l'ultimo film di Roman Polanski

di Emiliano Zappalà



L’ultimo film di Roman Polanski, Carnage, presentato alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia, si apre sull’immagine di un piccolo parco, con lo skyline di New York sullo sfondo. Scoppia una rissa tra ragazzini, uno di loro ha un bastone e lo dà sui denti ad un altro. Dissolvenza.  Dopo 79 minuti il film si chiude con gli stessi ragazzi che si abbracciano in segno di ritrovata amicizia, nello stesso parco e sullo sfondo dello stesso pezzo di Skyline. La cornice apre e chiude il cerchio. Dentro la cornice e dentro il cerchio è incastrato l’incontro tra i genitori dei ragazzi e il loro tentativo di risolvere civilmente e pacificamente l’incidente accaduto.
La trama è fedele alla pièce teatrale da cui il film è tratto, Le dieu du carnage, di Yasmina Reza. I genitori dialogano tra loro, stabiliscono di comune accordo i provvedimenti da prendere, si lasciano andare a complimenti e cerimonie, tutti pieni di miele e sorrisi. Ma poi il rapporto si incrina e si arriva allo scontro verbale, poi ancora cortesia e gentilezza, poi la diffidenza, poi gli insulti, poi la totale rottura, poi l’ebbrezza, poi la rissa. Gli attori si muovono nel piccolo appartamento newyorkese dal quale sembrano incapaci di uscire, incastrati in un rapporto che nessuno avrebbe voluto instaurare ma dal quale nessuno riesce a staccarsi. Tra borse scagliate in aria, conati irrefrenabili di vomito, Blackberry gettati nell’acqua, crisi genitoriali, presunti moralismi stracciati e scarti di etica esistenziale, noi spettatori vediamo consumarsi il “massacro” totale. Il massacro delle maschere e delle convenzioni sociali, il macello spietato della nostra buona parabola posticcia, l’implosione implacabile delle certezze, il discioglimento impietoso della pattina sottile con cui ricopriamo il nostro tempo e le nostre vite. I quattro personaggi, magistralmente interpretati, perdono lentamente tutte le certezze, abbandonano le convenzioni e si mostrano per ciò che sono, lasciando cadere la maschera che indossano. E dietro la maschera si apre il vuoto. Lo stesso vuoto che disperatamente cercavano di nascondere e che invece, alla fine, sembra trionfare goliardicamente, lasciando, in un’ultima brillante inquadratura, i quattro genitori sfatti e abbattuti, flosci come marionette abbandonate, in un teatro ormai vuoto.
La pellicola brillantemente e magistralmente diretta, con un tono surreale e tragicomico, mette in scena lo sfacelo di quel microcosmo di valori a cui il nostro buonismo borghese si aggrappa ormai senza più convinzione. La recita ha breve durata, il palco si spezza, le luci si infrangono, il sipario si strappa e resta solo l’angoscia indomabile. Resta solo la conta dei superstiti e la consapevolezza che il tempo dei giochi è finito. Resta l’urlo della splendida copertina, in cui le facce degli attori sono raffigurate come quadri di Warhol, ma anziché rimanere immobili nella loro stilizzata riproducibilità, procedono verso il minimalissimo decalogo di sentimenti che sfocia nell’urlo finale. Urlo liberatorio. Urlo di panico.
E il finale del film, con quell’ultima scena, con i ragazzi che si abbracciano, risolvendo apparentemente la questione tra loro, potrebbe però sembrare un segnale di speranza. La speranza di poter ancora trovare dei valori, nel guazzabuglio incomprensibile in cui sprofondiamo ogni giorno. O potrebbe semplicemente essere l’ennesima ed estrema beffa del regista, l’occhiolino finale; i ragazzi sono molto più saggi degli adulti. Ma sono saggi solo nel loro modo di prendere la vita con semplicità, come un gioco. I ragazzi si salvano solo perché prendono ancora la vita come uno scherzo. Ecco l’ultimo sberleffo di Polanski.
E allora punto e libera i compagni. Il gioco può ricominciare.