di Aurea Bisello
La storia de L’illusionista ha inizio cinquant’anni fa, quando Jaques Tati scrive una sceneggiatura, che lascia incompiuta e che la figlia, Sophie Tatischeff, comincia a considerare come la lettera d’amore di un padre a sua figlia. È dopo un incontro fortuito (e fortunato) che Sophie decide di donare questa sceneggiatura, che dal 1959 giace negli archivi del Centre National de la Cinématographie, a Sylvain Chomet, regista di Appuntamento a Belleville.
Il protagonista della pellicola è un mago triste, che vede la sua arte, di cui è indubbiamente maestro, soppiantata da rumorose band musicali e mistificata da bambini ormai smaliziati, che non riescono più a meravigliarsi dei suoi mille trucchi. La sua vita cambia quando, in un piccolo villaggio scozzese incontra Alice, una bambina che ancora riesce a credere alla magia e che decide di seguirlo a Edimburgo. Per Alice gli “incanti” che il vecchio mago estrae dal suo cappello sono reali e rappresentano la possibilità di realizzare i propri sogni. Per l’illusionista la bambina rappresenta invece una sorta di ultima speranza, un ultimo guizzo prima di ammettere “Magicians do not exsist”.
È la storia intrisa di tenerezza di due personaggi che decidono di compiere insieme un tratto di strada, attraverso i cambiamenti di un particolare momento della loro vita, ma anche attraverso i rapidi mutamenti di un cambio generazionale.
Le parole nel film sono poche e ridotte per lo più a suoni, ciò che sorregge e dà ritmo alla narrazione è la musica, che insieme alle immagini forma una struggente sinfonia, tra il reale e il fiabesco.
Il leggero tocco di Chomet si incontra alla delicatezza della sceneggiatura di Tati e il risultato è una piccola opera d’arte, imperdibile.

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