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martedì 30 agosto 2011

La "Passione" di rappresentare il sacro

di Pietro Russo



«Ma senza neanche una seconda possibilità?» domanda lei, bella e giovane attrice rampante sulla cresta del successo fictionaro. «La vita non dà seconde possibilità» ribatte laconico lui, regista cinematografico (di nicchia), con cinismo imputabile a una crisi (artistica e non) di mezza età. Fortunatamente, per noi spettatori nell’epoca della riproducibilità tecnica, le cose non sono esattamente così: le vie dell’home video sono infinite, così come le opportunità di comprendere e apprezzare un’opera che alla prima visione (complice magari qualche ambascia quotidiana che non eravamo riusciti a tenere adeguatamente fuori dalla sala buia) ci aveva lasciati un po’ indifferenti. È il caso (del tutto personale, of course) de La Passione di Carlo Mazzacurati, commedia drammatica uscita nelle sale italiane nella primavera del 2010, con un “azzeccato” Silvio Orlando nei panni del suddetto regista e un eccelso Giuseppe Battiston, figura cristologica degna del miglior Pasolini.
Pasoliniana (si veda La ricotta) è infatti l’idea-ossessione che sembra animare il film: l’impossibilità di qualsiasi medium artistico di rappresentare il sacer nell’età (post)moderna; anche se, nel caso in questione, viene sviluppata nell’alveo rassicurante della commedia all’italiana, provinciale e ridanciana per definizione. Circostanza che, a nostro modesto e “secondario” parere, sembra non danneggiare la pellicola di Mazzacurati. Anzi, il suo punto di forza, pur presentando una situazione “narrativa” ben nota (l’artista in crisi di ispirazione perché preda di uno smarrimento esistenziale), consiste proprio nell’accentuare l’incontro/scontro tra il serio e il faceto, il sacro e il profano, e, non ultimo, tra due codici linguistici essenzialmente antitetici: quello che rozzamente potremmo definire “metropolitano e moderno”, nei suoi risvolti eticamente e politicamente engagé (il personaggio di Orlando) come in quelli utilitaristici, manco a dirlo imperniati su soldi e successo (momentaneo), rappresentati dal produttore e dall’attricetta di turno; e quello del borgo toscano che fa da sfondo al film, restio ai mutamenti sociologici (e antropologici) in corso (l’unico punto dove c’è campo per i cellulari è in cima alle scale esterne di un’abitazione privata) e saldamente ancorato a valori e tradizioni “provinciali”. «Non è integrato nella comunità», dice infatti di Gianni Dubois (Orlando) il rancoroso vicino di casa già nelle battute iniziali del film, come a voler sottolineare e offrire da subito allo spettatore, oltre all’ “estraneità” del personaggio principale, una possibile chiave di interpretazione.
Ed è all’insegna di questa lontananza e incomunicabilità che si consuma la settimana “di passione” del protagonista; il quale, «non particolarmente» avvezzo in materia di religione, è costretto da un ricatto (provinciale) a prolungare il soggiorno nel paesino toscano per dirigere la messa in scena della sacra rappresentazione del venerdì santo. Evento che, vale rimarcarlo a conferma di quanto esposto in precedenza, se da un lato infervora la comunità locale, dall’altro acuisce nel regista un senso di profonda inadeguatezza. E se non affonda completamente sotto il fardello di tale croce, come invece succede “letteralmente” al personaggio di Corrado Guzzanti (istrionico e bravo a temperare la macchietta), è solo grazie all’insperato e fortuito soccorso di Kasia Smutniak e Giuseppe Battiston, cirenei più o meno consapevoli di tale ruolo. Quest’ultimo, come detto, a sua volta figura cristologica di intensa grazia ed emozione in un finale che, contro ogni aspettativa e nonostante gli intralci tragicomici del percorso, diverge dall’idea di fondo pasoliniana. Perché alla fine di ogni passione, in fondo, c’è sempre una risurrezione, e una seconda possibilità non è negata a nessuno, spettatori o artefici della propria vita.  

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