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martedì 13 settembre 2011

Un viaggio (dantesco) attraverso la letteratura

di Pietro Russo



Il primo impulso terminata la lettura di Hotel a zero stelle (Laterza, 2011) è disdire la prenotazione per la meta turistica del momento e, tornando a pagina 1, ricominciare questo viaggio. Destinazione paradiso, direbbe una nota canzone, o forse no. Poco importa, ciò che conta davvero, Kerouac docet, non è il traguardo ma l’andare. E se poi si sceglie di soggiornare qualche tempo all’hotel del titolo non c’è da pentirsene; la compagnia, lì, è davvero delle migliori, da Orwell a David Foster Wallace passando per lo stesso Kerouac e Simenon, e poi ancora Dick, Pasolini, Fitzgerald…
Un viaggio speciale, dunque, è questo che ci prospetta Tommaso Pincio (di cui segnaliamo anche il bellissimo Lo spazio sfinito, Minimum fax, 2010); un viaggio che è un meta-viaggio o, meglio ancora, un viaggio per interposta persona, un percorso (guidato) nell’empireo letterario (prevalentemente novecentesco) dell’autore. Un viaggio, in ultima istanza, nel cuore (e nella pancia) della letteratura. E forse, a questo proposito, non è casuale la scelta di accompagnare il titolo con un emblematico Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora, evidente riferimento a quel «cammin» cruciale di cui è debitrice la nostra letteratura così come, sia detto senza campanilismo alcuno, una sostanziosa parte della cultura occidentale.
Sono infatti da fare «tremar le vene e i polsi» le tematiche sviscerate nel libro che non è un romanzo né un saggio ma, piuttosto, un’autobi(bli)ografia, nel senso di autobiografia di un lettore, scritta però da uno scrittore, cioè da uno che per mestiere, per usare le stesse parole del nostro autore, «annega scampoli di realtà in mari di finzioni» (p. 68). E proprio i confini tra fiction e non-fiction,  in questo Hotel, procedendo nella lettura si fanno sempre più labili, evanescenti; quello che viene a delinearsi, alla fine, è un cortocircuito al cui interno rimangono intrappolati capisaldi del pensiero occidentale quali, per l’appunto, il concetto di realtà, di verità, di ‘io’ («la crisi dell’Occidente, l’opprimente fede nell’individuo in quanto creatore ispirato» [p.169]).
Uno spettro si aggira per l’Occidente e aleggia costantemente nelle stanze e persino nei corridoi dell’Hotel: il fallimento, la consunzione dei valori, culturali e antropologici, di questo mondo in questa determinata temperie storica. Oltre, ovviamente, a quell’altro spettro di carattere universale, ineluttabile, funereo…
Unica soluzione, sembra suggerire Pincio, è mettersi uno zaino in spalle e andare. Anzi no. Basta sdraiarsi comodamente sulla poltrona preferita con un buon libro in mano (magari questo), oppure mettersi davanti al computer e picchiettare sui tasti, perché in fondo «la letteratura è fatta con ciò che resta e la si fa per chi rimane. È il suo lato più tenero e umano, probabilmente è anche il suo limite, ma è ciò che la rende essenziale. E chissà, forse è proprio questo che fa di ogni fallimento una vittoria» (p. 68). E forse è grazie ad essa se alla fine possiamo uscire a riveder le stelle. 

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