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giovedì 6 ottobre 2011

CARNAGE, l'ultimo film di Roman Polanski

di Emiliano Zappalà



L’ultimo film di Roman Polanski, Carnage, presentato alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia, si apre sull’immagine di un piccolo parco, con lo skyline di New York sullo sfondo. Scoppia una rissa tra ragazzini, uno di loro ha un bastone e lo dà sui denti ad un altro. Dissolvenza.  Dopo 79 minuti il film si chiude con gli stessi ragazzi che si abbracciano in segno di ritrovata amicizia, nello stesso parco e sullo sfondo dello stesso pezzo di Skyline. La cornice apre e chiude il cerchio. Dentro la cornice e dentro il cerchio è incastrato l’incontro tra i genitori dei ragazzi e il loro tentativo di risolvere civilmente e pacificamente l’incidente accaduto.
La trama è fedele alla pièce teatrale da cui il film è tratto, Le dieu du carnage, di Yasmina Reza. I genitori dialogano tra loro, stabiliscono di comune accordo i provvedimenti da prendere, si lasciano andare a complimenti e cerimonie, tutti pieni di miele e sorrisi. Ma poi il rapporto si incrina e si arriva allo scontro verbale, poi ancora cortesia e gentilezza, poi la diffidenza, poi gli insulti, poi la totale rottura, poi l’ebbrezza, poi la rissa. Gli attori si muovono nel piccolo appartamento newyorkese dal quale sembrano incapaci di uscire, incastrati in un rapporto che nessuno avrebbe voluto instaurare ma dal quale nessuno riesce a staccarsi. Tra borse scagliate in aria, conati irrefrenabili di vomito, Blackberry gettati nell’acqua, crisi genitoriali, presunti moralismi stracciati e scarti di etica esistenziale, noi spettatori vediamo consumarsi il “massacro” totale. Il massacro delle maschere e delle convenzioni sociali, il macello spietato della nostra buona parabola posticcia, l’implosione implacabile delle certezze, il discioglimento impietoso della pattina sottile con cui ricopriamo il nostro tempo e le nostre vite. I quattro personaggi, magistralmente interpretati, perdono lentamente tutte le certezze, abbandonano le convenzioni e si mostrano per ciò che sono, lasciando cadere la maschera che indossano. E dietro la maschera si apre il vuoto. Lo stesso vuoto che disperatamente cercavano di nascondere e che invece, alla fine, sembra trionfare goliardicamente, lasciando, in un’ultima brillante inquadratura, i quattro genitori sfatti e abbattuti, flosci come marionette abbandonate, in un teatro ormai vuoto.
La pellicola brillantemente e magistralmente diretta, con un tono surreale e tragicomico, mette in scena lo sfacelo di quel microcosmo di valori a cui il nostro buonismo borghese si aggrappa ormai senza più convinzione. La recita ha breve durata, il palco si spezza, le luci si infrangono, il sipario si strappa e resta solo l’angoscia indomabile. Resta solo la conta dei superstiti e la consapevolezza che il tempo dei giochi è finito. Resta l’urlo della splendida copertina, in cui le facce degli attori sono raffigurate come quadri di Warhol, ma anziché rimanere immobili nella loro stilizzata riproducibilità, procedono verso il minimalissimo decalogo di sentimenti che sfocia nell’urlo finale. Urlo liberatorio. Urlo di panico.
E il finale del film, con quell’ultima scena, con i ragazzi che si abbracciano, risolvendo apparentemente la questione tra loro, potrebbe però sembrare un segnale di speranza. La speranza di poter ancora trovare dei valori, nel guazzabuglio incomprensibile in cui sprofondiamo ogni giorno. O potrebbe semplicemente essere l’ennesima ed estrema beffa del regista, l’occhiolino finale; i ragazzi sono molto più saggi degli adulti. Ma sono saggi solo nel loro modo di prendere la vita con semplicità, come un gioco. I ragazzi si salvano solo perché prendono ancora la vita come uno scherzo. Ecco l’ultimo sberleffo di Polanski.
E allora punto e libera i compagni. Il gioco può ricominciare.

2 commenti:

  1. Splendido film!! Se non altro perchè è un esempio di come l'arte riesce a riprodurre quell'incantesimo, assolutamete realistico e naturale, con cui il mondo si affaccia nel nostro quotidiano. Dalle industrie farmaceutiche ai problemi del terzo mondo, dall'odio per gli altri alla finta educazione alla predisposizione per gli altri; tutto questo e altro si riunisce in una stanza di salotto, come spesso fanno i deserti dell'afganistan attraverso gli schermi delle nostre televisioni...

    Adoro quando l'arte riesce nel piccolo di un salotto a raffigurare le tensioni del mondo :D

    P.s. comunque complimenti per il blog!!

    Andrea G. (www.sudiunverso.it)

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  2. grazie andrea :D detto da te poi è un complimentone (anche se è solo all'inizio!!!)un bacio grande!! Aurea

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